Va’, metti una sentinella

L’isola di ogni uomo, Jean Louise, la sentinella di ognuno di noi, è la sua coscienza. 

Su questo libro avevo letto diverse recensioni sia positive, ma soprattutto negative in cui criticavano il personaggio di Atticus e giudicavano il sequel una totale delusione anche in merito ai valori veicolati dal libro stesso in merito ad eguaglianza e diritti universali. 


Io invece l’ho trovato molto interessante.Il personaggio di Atticus mantiene sempre il suo spessore, ora è un vecchio e quasi è più facile avvicinarlo e capirlo. È un uomo che ha sempre vissuto in Alabama, ed è all’Alabama che è devoto, è a lei che si adegua e conforma anche in fatto di diritti ai bianchi e ai neri. Non sto qui a giudicare il punto di vista di Atticus, perché ovviamente nel 2020 è ovvio che non si possa essere d’accordo con ciò che si ritrova a difendere e a credere, ma lo vedo più come un frutto dei tempi che cambiano e dell’invecchiamento del personaggio stesso, che è stanco e radicato in determinate credenze, piuttosto che come uno sminuire il personaggio stesso di Atticus. Scout, invece, con i suoi principi ricevuti per tutta l’infanzia da Atticus, ha una Coscienza morale ben sviluppata, e un’adorazione per il padre senza confini. Infatti, crede in lui senza riserve, crede che per lui non sia possibile sbagliare e che ogni parola che esce dalla sua bocca sia oro colato. Perciò quando lo sente “cambiare idea”, quando si rende conto che le convinzioni del padre non combaciano con le sue, rimane profondamente delusa. Io credo che questo cambiamento, questo nuovo punto di vista di Jean Louise, la sua consapevolezza e la sua nuova coscienza siano anche frutto del fatto che Scout è andata a vivere al di fuori della contea di Maycomb. Scout vive a New York, dove i neri non sono discriminati, dove spesso si ritrova a un tavolino al bar con affianco uno di loro senza che nessuno si scandalizzi. Questo è il motivo secondo me dello scandalo e della costernazione che Jean Louise prova tornando a Maycomb. La contea è immutata, mentre il resto del mondo evolve, e con esso anche Scout, che quindi non può più adattarsi e rientrare nella mentalità chiusa e retrograda dell’Alabama. Inoltre, l’evoluzione del rapporto tra Atticus e Scout credo sia qualcosa di assolutamente meraviglioso. Scout finalmente riconosce il padre come un’entità diversa da se stessa, si riconosce come un essere umano che può pensare diversamente, e riconosce invece il padre come un uomo, e non più come un Dio, a cui è permesso sbagliare. E questo è il grande passo, il grande valore che ci insegna il libro, che noi non siamo i nostri genitori e che possiamo pensarla diversamente senza per questo essere da loro rifiutati. Quando Scout si ribella ad Atticus, Atticus è felice e fiero della figlia, le dice che la ama e che non aspettava altro che questo momento. Momento che rappresenta l’apice, o comunque uno dei momenti più importanti, nella crescita di un figlio. La frase che riassume questo passaggio, questa crescita, è quando lo zio Jack dirà a Scout “Oggi sei padrona di te stessa” e allora lì Scout capirà, accetterà, la crescita e i dolori e le delusioni che essa porta con sé e si riconcilierà con il padre. 

Tutto ciò che ho imparato sulla dignità umana l’ho imparato qui. Da voi non ho imparato altro che sospettare di tutto. Non sapevo che cosa fosse l’odio fino a quando sono venuta a vivere tra voi e vi ho visto odiare, ogni giorno. Hanno dovuto perfino approvare delle leggi per impedirvi di odiare. Io disprezzo le vostre risposte pronte, gli slogan che vedo in metropolitana, e disprezzo soprattutto la vostra volgarità: non saprete mai, sino alla fine, cosa significa essere educati.

Era quasi innamorata di lui. No, impossibile, pensò: o lo sei o non lo sei. L’amore è l’unica cosa a questo mondo che non si presta a equivoci. Ci sono diversi tipi di amore, certamente, ma in ogni caso il giudizio è netto: o sei innamorata o no. 

C’erano centinaia di negri intorno a me, erano braccianti che raccoglievano il cotone, o lavoravano sulle strade, o segavano il legname per la costruzione delle nostre case. Erano poveri, erano malati e sporchi, alcuni erano pigri e inefficienti, ma mai nella vita mi è stata inculcata l’idea di doverne disprezzare uno, di doverne temere uno, di doverne trattare uno scortesemente o di poterlo maltrattare e farla franca. Non entravano nel mio mondo come popolo, e io non entravo nel loro: quando andavo a caccia non violavo la terra di un negro, non perché era di un negro, ma perché non dovevo violare la terra di nessuno. Mi hanno insegnato a non approfittare mai di chi era meno fortunato di me, per intelligenza, ricchezza o posizione sociale; il che significa chiunque, non soltanto i negri. Mi è stato fatto capire che quello che bisognava disprezzare era il contrario. Così sono stata allevata da una donna nera e da un uomo bianco. 

Se un uomo ti dice: “Questa è la verità”, e tu gli credi, e scopri che quello che dice non è vero, prima resti deluso e poi ti assicuri che non tradisca mai più la tua buona fede. Ma un uomo che ha vissuto ispirandosi alla verità – e tu hai creduto in quello che ha vissuto -, quando tradisce la tua fiducia non ti rende solo diffidente, ti lascia con un pugno di mosche. Credo sia per questo che sono fuori di me…

“[…] Tu neghi che siamo esseri umani”. “In che modo?” “Togli loro ogni speranza. Ogni uomo al mondo, Atticus, ogni uomo con una testa, due braccia e due gambe nasce con la speranza nel cuore. Non lo troverai scritto nella Costituzione, io l’ho pescato in una chiesa, chissà dove. È gente semplice, per la maggior parte, ma questo non li rende subumani”. 

Sei mai stato maltrattato, tu, Atticus? Sai come ci si sente? No, non dirmi che sono dei bambini e non se ne rendono conto: io sono stata bambina e l’ho sentito, perciò devono sentirlo anche i figli grandi. Uno che ti tratta davvero male, Atticus, ti fa sentire come se tu fossi troppo cattivo per stare in mezzo alla gente. 

Le uniche differenze che vedi tra un essere umano e l’altro sono differenze nell’aspetto, nell’intelligenza, nel carattere e cose simili. Nessuno ti ha mai incoraggiato a guardare alla gente come razza, e ora che la razza è lo scottante problema del giorno sei ancora incapace di pensare in termini di razza. Tu vedi soltanto persone. 

Il Giunco Mormorante

“Quando si schiude una porta o si apre uno spioncino ora non mi soffocano più lacrime di gratitudine, no! Non sfrutto ogni occasione e non mi inchino riconoscente a ogni permesso. Dopo quello che ho visto non voglio essere, neanche soltanto un pò, l’insignificante bestiola che viene mobilitata, addestrata, spedita da qualche parte, nutrita di gelati o affamata, punita o premiata perché ha rigato dritto. […] Se permettiamo a qualcuno di organizzare la nostra no man’s land, alla fin fine, secondo logica, arriveranno a rinchiuderti in una lussuosa camera di un lussuoso albergo, e bruceranno i tuoi libri, e allontaneranno da te tutti quelli che ami. Basta cedere una volta – e non ci saranno più limiti, e tutto ti verrà tolto.”


Ho ricevuto per Natale “Il giunco mormorante”di Nina Berberova che ho letto in un’oretta dopo il pranzo di S. Stefano e mi sono ritrovata a chiedermi cosa avesse di speciale. La lettura, forse superficiale perche appesantita da troppo cibo e stanchezza, non mi aveva suscitato nessuna particolare emozione. Così la sera sono andata a letto pensando al libro con una certa delusione e una serie di interrogativi sul perché il libro fosse stato tanto osannato e cosa avesse di tanto speciale da continuare comunque a tormentarmi. Era come se il mio subconscio avesse captato qualcosa ma il mio Io non volesse recepirlo. 


Così, la mattina dopo, fresca e riposata dopo un bel sonno ristoratore ho ripreso in mano il libricino e ne ho cominciato a rileggere delle parti. Rileggendo, rileggendo mi sono ritrovata alla prima pagina, e così l’ho letto una seconda volta, per intero!
Questa seconda lettura mi ha inaspettatamente rivelato la bellezza di quelle 79 pagine. 


Il mio titolo personale al libro – dovete sapere che io amo dare titoli, titoli alle mie giornate, ai capitoli della mia vita, anche ai semplici pensieri.. e perché no anche ai libri che già ne hanno uno tutto loro! – quindi dicevo, il titolo che darei a questo libro è ‘Inno alla libertà’. E quando parlo di libertà mi riferisco alla libertà affettiva, al coraggio di dire no a chiunque con prepotenza e con noncuranza, guardando solo ai propri interessi, vorrebbe invadere la nostra no man’s land, il nostro spazio personale, la nostra vita, i nostri pensieri. A chi vorrebbe calpestare il nostro prato, con tutti i suoi delicati fiori che tanto abbiamo faticato per far crescere, senza curarsi di quanto a noi sia caro e di quanta fatica ci costi potarlo ed innaffiarlo ogni singolo giorno. 


È anche il libro del rispetto, innanzitutto per sé stessi, che ci insegna un pò a non elemosinare ciò che dovrebbe esserci dovuto e ciò che ci spetta in quanto esseri umani, e, anche, in quanto donne. È un invito a ricordarci che dovremmo permettere solo a chi cammina in punta di piedi di attraversare il nostro prato fiorito, nella libertà, e nel rispetto, dei sentimenti e del cuore.

M. 

Midnight in Sicily

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Mi sono imbattuta in questo libro per caso, in una piccolissima libreria in Brick Lane a Londra.

Ciò che mi ha spinto a comprarlo è stata la curiosità di leggere qualcosa riguardante la mia terra, ma scritta da uno ‘Straniero’.
L’autore, infatti, è un Australiano che ha passato più di 12 anni nel sud Italia: tra Roma, Napoli e la Sicilia tra il 1978 e il 1992.
Il libro racconta storie difficili e scomode, principalmente di come la mafia sia profondamente connessa alla politica e all’economia.
Robb non si limita a raccontare una storia, ma piuttosto raccoglie informazioni in ogni modo a lui possibile: parlando con i locali, leggendo, venendo in contatto con quante più persone possibile in modo da poter ricostruire qualcosa che si avvicini pericolosamente alla verità.
Non solo, ma attraverso un’analisi del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e delle molteplici opere di Sciascia riesce ad acquisire una tale conoscenza che gli permette di raccontare l’Italia con gli occhi degli italiani, dei Siciliani.
È un libro che mi ha lasciata assolutamente senza parole perché, nonostante la mia conoscenza della storia sia sempre stata piuttosto buona, mi sono resa conto di quanto invece sia povera soprattutto per quanto riguarda la storia contemporanea italiana dal dopoguerra ai giorni nostri.
Ho avuto così la possibilità di conoscere meglio personaggi come Andreotti, Craxi, Moro, Falcone, Borsellino, Riina, Orlando, i Salvo, Dalla Chiesa, Guttuso, Sciascia e molti altri e di formarmi un’ idea, seppur minima, di quanto la mafia fosse all’ordine del giorno in quegli anni.
Il libro non ha una trama vera e propria, ma è piuttosto una raccolta di fatti ed eventi che vengono raccontati dall’autore nel modo in cui lui stesso ne è venuto a conoscenza, e vengono tutti supportati da evidenze e referenze di altri libri, o estratti degli stessi processi o da fatti evidenti di cronaca che concorrono alla chiara delineazione della situazione italiana di quel tempo.
Accanto a tutto ciò, traspare un amore dell’autore per l’Italia che ha vissuto in prima persona la sua cultura, la sua arte e la sua cucina innamorandosene a tal punto di trascorrere nel sud Italia più di dieci anni.
La cosa curiosa è che non esiste una versione italiana di questo libro, cosa che ho scoperto solo in seguito, quando, affascinata dal suo modo di raccontare e dal racconto stesso, stavo pensando di regalare la versione italiana a mio padre che è un appassionato di tutto ciò che riguarda la sua terra (la Calabria) e la Sicilia.
Così ho cominciato a fare delle ricerche ed ho scoperto che non è mai stato tradotto in italiano e nel post scriptum l’autore ci dice che “Although Midnight in Sicily was published in a fair few countries and was generously received, it never found a publisher in Italy. They all shied off, and I was inclined to put this down to a not unreasonable sense that Italians already knew a lot more about their own dreadful secrets than a foreigner could ever tell them.”
Ne sono rimasta sconvolta e l’ho visto come una conferma ai fatti da lui raccontati.
Per concludere, nonostante io lo abbia trovato un libro illuminante, la lettura mi è risultata a tratti difficile da seguire, sia per la lingua, sia per la complessità delle vicende e degli innumerevoli personaggi che vengono nominati durante la narrazione.
Avrei davvero apprezzato un indice di tutti i nomi, o almeno dei personaggi più importanti, da poter consultare facilmente in modo da poter ‘ricordarmi’ e ricostruire più facilmente il quadro.
Libro che comunque consiglio a chiunque sia in grado di leggere in inglese (sigh) e abbia una passione, o curiosità,  sulla storia contemporanea italiana, la mafia e il Mezzogiorno.

“Money is one of the fundamental elements of power. Money gets power. Power gets you money. But the power that derives from money is a very bitter thing, because one no longer know who is a friend and who is an enemy. Power insulates you from the true feelings, even love.”
“Before you fight the mafia you have to examine your own conscience and then, after you’ve defeated the mafia inside yourself, you can fight the mafia that exists among your friends, the mafia is us and our wrong way of behaving.”

Little Fires Everywhere

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Mia e Pearl, una madre sola e la figlia, sono abituate a girare itineranti per l’America, sempre alla ricerca di una nuova ispirazione artistica per la madre fotografa Mia.
Finalmente, per la gioia di Pearl, Mia decide di stabilirsi a  Shaker Heights, un tranquillo sobborgo dove tutto è minuziosamente pianificato: dal colore delle case ai rapporti di amicizia e di vicinanza degli abitanti.
Le due si ritrovano ad affittare una casa di proprietà della Signora Richardson, che vive a pochi isolati da lì con la sua famiglia perfetta composta dal marito avvocato e quattro figli altrettanto perfetti: Lexie, Trip, Moody e Izzy.
Nel corso della narrazione le due famiglie si avvicinano sempre di più: Pearl diventa amica di Moody che ha la sua stessa età e comincia a frequentare sempre più spesso casa Richardson e Mia anche si ritrova suo malgrado coinvolta negli eventi della famiglia e della piccola cittadina.
Il libro affronta temi moderni e all’ordine del giorno come l’amore adolescenziale, l’amicizia, l’aborto, i rapporti madre-figlio/a, la scuola, le adozioni, la povertà (non come forma generica, ma quella concreta e quotidiana di tutti coloro che attirati dal sogno americano si sono poi ritrovati a vivere di stenti e ignorati dalla società) il tutto senza mai dare un giudizio deciso, ma lasciando il lettore prendere le parti e formare il suo giudizio valutando da sé gli eventi.
Inoltre, la storia nasconde un segreto su chi realmente sia questa Mia, restia forestiera, che poco racconta di sé ma riesce a catturare l’affetto e la fiducia dei dimenticati, degli esclusi e a cui con facilità i diversi personaggi apriranno il loro cuore.
È un libro che mi ha fatto pensare alla grandezza di ogni singolo momento in sé e ai malintesi ed equivoci che ci accompagnano. Quanto ognuno di questi sia in grado di cambiare la vita in un modo incredibile e quanto le azioni influenzino proprio ogni attimo, facendomi chiedere “e se invece avesse fatto il contrario?”; E se quella cosa l’avesse detta, invece di tacere?”.
Chissà in che modo sarebbero andate le cose… quali strade avrebbe inventato il destino.

Literally was one of Lexie’s favorite words, which she deployed even when the situation was anything nut literal.
She hadn’t read as much as he had, of course, because they had moved so often, but she had spent most of her childhood in libraries, taking refuge among the shelves as a new girl bouncing from school to school, absorbing books as if they were air -and, in fact, she told him shyly, she wanted to be a poet.
Until now he had said nothing about Pearl or her mother to his family, guarding their friendship like a dragon guards treasure: silently, greedy. Deep down he had that feeling that somehow it would change everything, the way in fairy tales magic was spoiled if you shared the secret.

Il rogo di Berlino

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Il rogo di Berlino è un libro che, senza orpelli né peli sulla lingua, descrive la brutalità della guerra.
La storia è autobiografica, ed è raccontata da una Helga bambina, che viene abbandonata della madre quando questa decide di arruolarsi con le SS.
Così Helga si ritrova, insieme con il fratellino Peter, ad essere affidata alle cure della matrigna e del nonno durante gli anni della seconda guerra mondiale.
A causa della devastazione causata dai continui attacchi aerei e bombardamenti, sono costretti a rintanarsi tutti nella buia cantina del palazzo in cui abitavano, sulla Lothar-Bucher-Strasse, mentre fuori Berlino brucia e il cielo, una volta azzurro, si tinge di rosso fuoco e si annebbia di cenere.
Là Helga, come tutti gli altri, sarà costantemente tormentata dalla fame e dalla sete; e dovrà fare i conti con un inguaribile senso di solitudine e abbandono che non la lascerà mai.
La narrazione è cruda e dura, non ci risparmia particolari raccapriccianti che erano quotidianità in tempo di guerra.
L’ansia, la paura e l’angoscia dei bombardamenti trasudano dalle pagine e si attanagliano alla pelle, ma nonostante ciò la narrazione è scorrevole, fatta di periodi brevi e concisi. Di pensieri semplici e asciutti e terribili. Pensieri di bambina, ma che una bambina non dovrebbe mai avere.
Il libro non si esime dall’esprimere una rabbia sorda, che non ha mai lasciato il posto al perdono e che non è nemmeno mai stata dimenticata, nonostante gli anni passati tra gli eventi e la stesura del libro (circa 50), che vuole denunciare gli orrori indicibili di cui Helga è stata testimone e che lei stessa ha dovuto subire sulla sua pelle.
M.

“(…) te la sentiresti di promettermi una cosa?”
“Si…” bisbigliò Peter, colto alla sprovvista.
“Devi promettermi che da grande non permetterai che ci sia un’altra guerra” disse il vecchio.
“Perché?” fece Peter pizzicandosi le guance.
“Perché la guerra non è degna degli uomini”.
“Perché?”.
“Perché in guerra la gente è costretta a comportarsi in un modo innaturale”.
“Perché?”.
“Tu, ad esempio, stai sempre in questa cantina. Ti sembra giusto?”
“Si”.
“Per quale motivo ti sembra giusto, bambino mio?”.
“Se esco mi uccidono”.
“E ti pare bello che un ragazzino non possa uscire di casa perché altrimenti lo uccidono?”.
“E’ così…” mormorò Peter scrollando le spalle.
“Ma ti piacerebbe andare a giocare nel cortile?” insistette il medico.
“Si,” rispose Peter “per raccogliere una margheritina”.
“Solo quello?”
“Si. Perché il cortile puzza. Ci sono i morti”.
il vecchio mormorò: “Povero bambino mio…” e aveva gli occhi lucidi.

La ragazza di Bube

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Libro letto in meno di 48h, e questo già la dice lunga.
Mi ha completamente catturata, commossa e mi ha dato moltissimi spunti di riflessione.
La storia narra di una ragazza, Mara, nel pieno dell’adolescenza che si innamora e fidanza con un ragazzo partigiano, Bube, che commette un delitto per cui verrà accusato e condannato a 14 anni di galera. Ma lei, nonostante la giovinezza e tutto ciò che comporta, le resterà fedele fino alla fine.
Tratto da una storia vera, è stato anche ispirazione del film omonimo di Comencini con Claudia Cardinale e George Chakiris.
La delicatezza, la semplicità e la genuinità dei sentimenti espressi e raccontati è la cosa che più mi ha impressionato.
Mara, all’inizio della vicenda, è una ragazza di paese frivola, i cui interessi sono quelli di un’adolescente che desidera un paio di scarpe con il tacco per far invidia alle compagne.
Ma la vita la porterà a conoscere l’amore e la sofferenza, sentimenti che la segneranno e la faranno crescere e maturare.
L’ambientazione è anch’essa meravigliosa, infatti ci troviamo tra le colline Toscane, tra Colle val d’Elsa e Volterra, e poi Firenze, nel periodo della Resistenza partigiana e nel post dopo guerra dove le speranze dei Comunisti erano alte e i valori erano qualcosa per cui valeva ancora la pena battersi.
È un libro che mostra la povertà, sia economica, ma anche di figure guida, di quel tempo, spesso accompagnata dall’abbandono e dalla solitudine di questi ragazzi che molto spesso avevano perduto genitori, fratelli, amici durante la guerra e la guerriglia.
Costoro, rimasti così senza una guida, erano facile preda di amicizie sbagliate che si servivano di questi ragazzi innocenti, e pronti a tutto pur di affermarsi, per raggiungere i loro scopi.
È un libro che insegna l’amore e la devozione, come oggi forse non esiste più, o almeno è molto difficile trovare.
È un libro che fa riflettere su quali siano le cose importanti nella vita, e quanto pesano le scelte che ogni giorni ci si presentano.
È un libro che ci presenta il sacrificio sotto una nuova forma, quella dell’amore.
M.

Lolita

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Eccomi finalmente a recensire Lolita, capolavoro del grande Vladimir Nabokov.

Questo è stato per me il mio primo suo libro, e devo dire che mi ha davvero sorpresa.
Il libro narra la vicenda di un uomo, Humbert Humbert, e il suo amore per le ninfette, che altro non sono che bambine sulla soglia dell’adolescenza tra i 9 e i 14 anni. Humbert sceglie di sposare la madre di una di queste per stare vicino alla figlia, appunto Lolita.
Humber Humbert è un uomo colto, lo si capisce dalle innumerevoli citazioni letterarie all’interno della narrazione stessa, dai numerosi francesismi e in genere dalla cultura che il personaggio stesso trasuda; cerca infatti di giustificarsi affermando che anche personaggi come Dante e Petrarca infondo si innamorano di Beatrice e Laura, le quali avevano rispettivamente nove e dodici anni.
Un evento in particolare ha segnato l’esistenza del protagonista, ossia la morte di Annabel, il suo amore giovanile, ed è come se Humbert volesse sempre ricercare la perfezione di questo amore perduto, nelle ragazzine della stessa età di Annabel al tempo in cui si sono amati.
Una volta incontrata Lolita, di cui diventerà patrigno e amante, capisce che essa sarà suo amore più grande, la sua musa ispiratrice che lo renderà geloso e per cui farà qualsiasi cosa pur di accontentarla e di ricevere in cambio un pò di amore.
Ma Lolita è solo una bambina che invece vorrebbe partecipare alle cose di cui si interessano anche le altre ragazzine della sua età, ma che si ritrova invece attanagliata in questa relazione che la soffoca, che molte volte la spinge alle lacrime e da cui vorrebbe liberarsi, ma nonostante ciò non c’è mai traccia di odio per la figura di questo patrigno/amante.
Il libro, nonostante la difficoltà del tema, non scade mai nella volgarità, e qui sta la grandezza di Nabokov.
Ha questa capacità narrativa che ci porta dritta al cuore del protagonista, viviamo con lui i suoi drammi e le sue preoccupazioni e i suoi dolori, entriamo nella psicologia e nei pensieri da una porta secondaria che ci affaccia sull’umanità di Humbert e sulla depravazione dello stesso e incredibilmente ci troviamo ad avere pena per lui, a capire quanto è difficile vivere in una condizione del genere.
Ho apprezzato molto il fatto che non è un libro che alla fine ti porta a giustificare il protagonista, o a stare dalla sua parte, è piuttosto un libro che mostra la sofferenza, la debolezza, la sconsolo di vivere con delle emozioni che sono eticamente ‘sbagliate’ e che mai potranno essere accettate dalla società; ma allo stesso tempo sono le uniche emozioni e l’unica forma di amore che il povero Humbert riesce a provare e concepire rendendolo quindi un uomo profondamente solo e che si autoaccusa della sua perversione.
L’epilogo del libro, a mio avviso, fatto di gesti estremi, non è che la liberazione e lo sfogo di chi sa che tanto la sua vita non avrà mai né pace né felicità.
M.